venerdì 16 marzo 2012

Sulla proposta di nuovo regolamento dei cimiteri

La Giunta Comunale di Firenze, nella proposta di "nuovo regolamento dei cimiteri" inoltrata al Consiglio, introduce un comma che prevede la realizzazione di uno spazio specifico, all'interno degli ambiti cimiteriali, per i "prodotti abortivi ed i prodotti del concepimento".
E' grave, che, sotto la forma di una normale norma burocratica, si concretizzi un attacco alla legge 194, con il feto che diventa persona.
Si tratta di una grave ferita ai diritti delle donne, che vengono così colpevolizzate in quanto responsabili della morte dei bambini mai nati ai quali si dà sepoltura.
Chiedere ad una donna che sta per abortire se vuole o meno seppellire il proprio feto costituisce una vera e propria tortura psicologica, che interferisce crudelmente, in un momento particolarmente doloroso e difficile, con il diritto di scelta.
Siccome l'attacco diretto alla legge 194 risulta impopolare, si ripiega, seguendo le indicazioni delle autorità ecclesiastiche, su un accerchiamento, di cui sono parte l'estensione dell'obiezione di coscienza, che mette a rischio l'applicazione stessa della legge, ed interventi, dal valore altamente simbolico, come la realizzazione di spazi cimiteriali per i feti.
Libere tutte chiede alle consigliere ed ai consiglieri comunali di eliminare questo comma, che contrasta con lo spirito laico che dovrebbe ispirare sempre l'azione del Comune di Firenze.

lunedì 5 marzo 2012

Alla figlia 12 enne di Nasrin Sotoudeh avvocata e difensore dei diritti umani è stata negata la visita alla madre in carcere

Riportiamo dal blog Campagna di un milione di firme la testimonianza di Reza Khandan, marito di Nasrin Sotoudeh, apparsa anche sulla sua pagina Facebook:

"Dal Facebook di Reza Khandan marito di Nasrin Sotoudeh, avvocata e difensore dei diritti umani in carcere in Iran:
Cosa fareste se, dopo molto tempo e tanta energia e preparazioni, prendete i due bambini e portate a visitare la loro madre, dietro le sbarre (la madre che è in carcere senza un motivo giusto da 18 mesi e a lei non è stata mai concesso un momento di congedo dalla carcere) e alla mia figlia di 12 anni con l'uniforme della scuola, che è senza dubbio accettabile dal codice islamico del Hijjab in Iran, viene negata la visita insieme al suo fratellino? Perché la guardia carceraria sostiene che suo abbigliamento non è conforme con il codice islamico! Che cosa fareste se vostra figlia e suo fratellino di 4 anni in questa età cosi tenera vengono costretti a spendere trenta minuti nella parte esterna e nel freddo estremo della zona della prigione di Evin e le piante e i dolori dei bambini e lo stress causata dal tutto a me . Che cosa avreste fatto ?

Reza Khandan 22 febbraio 2012"

martedì 28 febbraio 2012

lunedì 27 febbraio 2012

1° marzo manifestazione antirazzista


Libere Tutte aderisce alla manifestazione antirazzista del 1° marzo a Firenze, ritrovo in piazza Santissima Annunziata alle ore 16.

sabato 25 febbraio 2012

Legge 188: la petizione


Invitiamo tutte e tutti a firmare la petizione on line per il ripristino della legge 188 contro le dimissioni in bianco.

lunedì 20 febbraio 2012

188 per la 188: l'iniziativa a Firenze



Il 23 febbraio mobilitazione nazionale contro le dimissioni in bianco. A Firenze ci troveremo sul Ponte Vecchio alle ore 19 per distendere lo striscione
"DIMISSIONI IN BIANCO - IO NON FIRMO"
Prima verrà consegnata da una delegazione di donne in Prefettura la lettera inviata al Presidente del Consiglio, ai Presidenti di Camera e Senato,alla Ministra Elsa Fornero, alle parlamentari di Camera e Senato con la quale viene richiesto un intervento legislativo urgente ed efficace contro il fenomeno delle dimissioni in bianco.
La consegna averrà in tutte le Prefetture della Toscana e di Italia.

sabato 18 febbraio 2012

188 donne per la 188

Il 23 febbraio in tutta Italia avrà luogo una mobilitazione per il sostegno all'appello “188 donne per la 188” contro le dimissioni in bianco, per chiedere norme che prevengano e contrastino l'abuso nei confronti di giovani lavoratrici e giovani lavoratori al momento dell'assunzione.

A Firenze organizzeremo, in tale data, un'iniziativa le cui modalità vi faremo sapere al più presto.

domenica 12 febbraio 2012

Educazione sessista


illustrazione da un libro di testo


“Esiste una casa dove si lavano i pavimenti alle nove di sera? Sì, la nostra. Papà e io ci stiamo riposando in poltrona davanti al televisore e all’improvviso compare lei, con il grembiul
e, il secchio e lo straccio, e ci ordina di tirare su i piedi per poter lavare sotto. Si mette a ginocchioni e sfrega il pavimento”.
(da un libro di testo per la scuola primaria)

UOMINI SULLA LUNA...DONNE IN GIARDINO O IN CUCINA
BAMBINO INTRAPRENDENTE E AUTONOMO...BAMBINA BELLA E VANITOSA
Sono questi i nostri modelli di riferimento? Gli stereotipi femminile/maschile da dove derivano ?

Anche i libri di testo ci parlano di questo: partendo da qui vogliamo riflettere sui modelli maschili e femminili che vengono trasmessi in modo acritico dalla famiglia e dalla società (giornali, televisione etc.)
Ne parliamo con Irene Biemmi, ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze dell'Educazione dell'Università di Firenze, autrice del libro “Educazione sessista. Stereotipi di genere nei libri delle elementari “ e con “Libere Tutte”, una rete che unisce associazioni impegnate per l’affermazione dei diritti delle donne.

Il Consiglio di Istituto invita genitori e insegnanti

venerdì 17 febbraio 2012 alle ore 21.00
presso l'Istituto Comprensivo“Piero della Francesca”
via Bugiardini, 25 - Firenze

ATTENZIONE: L'INIZIATIVA E' RIMANDATA
PER CAUSE INDIPENDENTI DALLA NOSTRA VOLONTA'

giovedì 15 dicembre 2011

Contro la violenza razzista solidarietà e risposte concrete


Libere tutte di Firenze esprime solidarietà alla comunità senegalese così duramente colpita dalla violenza criminale razzista e aderisce alla manifestazione di sabato 17 dicembre promossa dal Coordinamento Regionale dei Senegalesi in Toscana.

Libere tutte - Firenze

Pubblichiamo a seguire l’appello del Coordinamento Regionale dei Senegalesi in Toscana

“I nostri fratelli Mor Diop e Samb Modou sono stati assassinati e Moustapha Dieng, Sougou Mor e Mbenghe Cheike gravemente feriti da una mano armata dall’odio xenofobo, lucido e determinato. Tutti sono vittime della manifestazione estrema di un razzismo quotidiano che umilia sistematicamente la nostra dignità.

La strage del 13/12 a Firenze necessita di una risposta ampia e plurale, che esprima lo sdegno per i barbari assassinii e la ferma volontà di operare concretamente perché simili fatti non si ripetano. E' necessario che non ci si limiti all'abbraccio solidale verso la nostra comunità colpita ed alla partecipazione al nostro dolore solo per un giorno.

Occorre andare più a fondo e individuare tutte e tutti insieme come si è costruito nel tempo il clima che rende possibile l'esplodere della violenza razzista come è avvenuto il 13 dicembre a Firenze e solo due giorni prima a Torino con il pogrom contro un insediamento Rom. Bisogna interrogarci su come siano stati dati spazi, per disattenzione e/o per complicità, ai rigurgiti nazi-fascisti di gruppi come Casa Pound, quale ruolo abbiano avuto in questa escalation non solo i veleni sparsi dalle forze "imprenditrici" del razzismo, ma anche gli atti istituzionali che, a livello nazionale e locale, hanno creato, in nome dell'ordine e della sicurezza, discriminazioni e ingiustizie.

Chiediamo l’impegno di tutte e tutti per cambiare strada, intervenendo sul piano culturale e della formazione del senso comune, promuovendo il rispetto della dignità di ogni persona.

E’ necessario avere come punto di riferimento costante il riconoscimento dei diritti sociali, civili e politici delle persone immigrate, dei rifugiati e richiedenti asilo e dei profughi, eliminando i molti ostacoli istituzionali che contribuiscono a tenere in condizione di marginalità la vita di molti migranti in Italia.

Occorre dare piena applicazione al dettato costituzionale e alle leggi ordinarie che consentono la chiusura immediata dei luoghi e dei siti come Casa Pound, dove si semina l'odio e si incita alla violenza xenofoba.

Bisogna che tutte le energie positive, che credono nella costruzione di una città e di un Paese della convivenza e della solidarietà, si mobilitino unite per fare barriera contro l'inciviltà, il razzismo, l'intolleranza.

Nel 1990 Firenze fu teatro di spedizioni punitive contro gli immigrati e vi fu una reazione popolare, che dette luogo ad una grande manifestazione di carattere nazionale.

Facciamo un appello rivolto a tutte le persone di buona volontà, nella società e nelle istituzioni, ad unirsi a noi, in una manifestazione ampia, partecipata, pacifica, non violenta e contro la violenza, di carattere nazionale.

Una manifestazione che segni una svolta e l'inizio di un cammino nuovo, onorando le persone uccise e ferite in quella tragica giornata e capace di affermare in modo inequivocabile: mai più atti di barbarie come la strage del 13 dicembre.

L’appuntamento è a Firenze sabato 17 dicembre alle ore 15, partenza da Piazza Dalmazia, arrivo Piazza Santa Maria Novella

Per adesioni: perMorperModou@gmail.com

Coordinamento Regionale dei Senegalesi in Toscana

martedì 22 novembre 2011

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne a Firenze

qui sopra volantino scaricabile per diffusione! clicca tasto destro e salva immagine con nome

L’indignazione è il nuovo spettro che si aggira per l’Europa e che si dirige in primo luogo contro lo strapotere della finanza. Per passare alla costruzione di un’alternativa, l’indignazione deve trasformarsi in volontà di lotta e in capacità di unificazione dei diversi movimenti su obiettivi e strategie comuni. Abbiamo bisogno di tutta la nostra forza e di tutta la nostra intelligenza: abbiamo bisogno di condividere saperi e analisi della realtà.

Ma la crisi in atto, con l’attacco che comporta alle condizioni di vita di tutti e tutte, non può farci dimenticare il problema della violenza maschile contro le donne, insita nel dominio patriarcale che permea di sé spazio privato e spazio pubblico. Le politiche governative per uscire dalla crisi inoltre, tagliando in maniera indiscriminata servizi e strutture di assistenza, colpiscono pesantemente i Centri che accolgono le donne vittime di violenza.

Per questo, collegandoci al percorso delle

LEZIONI IN PIAZZA

PER UN'ALTRA RISPOSTA ALLA CRISI

Libere Tutte organizza
Venerdì 25 novembre
Giornata internazionale contro la violenza sulle donne
ore 17.30-19.00
Firenze, Piazza dei Ciompi, Loggia del Pesce


Lezioni (brevi) di:

Anna Bainotti - Associazione Artemisia - centro antiviolenza Firenze

La violenza maschile contro le donne: succede quando nessuno vede

Elodie Migliorini e Valentina Castelli - Associazione Artemisia – centro antiviolenza Firenze Gli stereotipi nelle relazioni e la violenza

Proiezione video

Canzoni di lotte del gruppo Musiquorum

Introduzione, coordinamento e allestimento dell’aula a cura di Libere Tutte

mercoledì 16 novembre 2011

A rischio l'applicazione della L. 194. Lettera aperta al Presidente Rossi

Aumenta l'obiezione di coscienza: a rischio l'applicazione della legge 194.
Lettera aperta al presidente della Regione Toscana Enrico Rossi

Al Presidente della Regione Toscana Enrico Rossi
All’Assessora al Diritto alla Salute Daniela Scaramuccia
All’Assessore al Welfare ed alle Politiche Sociali Salvatore Allocca
Al Presidente della IV Comm. regionale Sanità e Politiche sociali Marco Remaschi
Alla Presidente della Comm. Pari Opportunità Teresita Mazzei
Al Presidente dell’Ordine dei Medici di Firenze Antonio Panti

indirizziamo la presente lettera aperta per segnalare quanto segue:

Riemerge a livello nazionale la problematica relativa alla piena applicazione della Legge 194/78, con particolare riguardo al progressivo rilevante aumento della obiezione di coscienza che, dai dati di più recente rilevazione, risulta avere superato il 71% dei medici che esercitano la professione nelle strutture pubbliche.
Considerato il costante incremento del fenomeno, l’attuale esiguo numero di medici non obiettori (si parla di 150) e la previsione di pensionamento in relazione all’età degli stessi, è più che giustificato il diffuso timore che nell’arco del prossimo quinquennio la pratica dell’IVG, nelle forme di legge, rischi di incontrare ostacoli obiettivamente insormontabili, ove non si ricorra ad un adeguato rimedio, appunto, degli esiti dell’obiezione di coscienza.
E’ su questo tema che la rete di Associazioni Libere Tutte intende richiamare l’attenzione delle Autorità in indirizzo affinché vengano promosse fin d’ora iniziative atte a scongiurare che la donna in età fertile venga di fatto privata del diritto di accedere all’IVG, nella piena tutela del suo diritto alla salute ed all’autodeterminazione. Si rileva uno squilibrio tra il diritto all’obiezione delle operatrici e degli operatori sanitari e il diritto della donna alla piena e tempestiva applicazione della legge.
Lo spauracchio del riflusso nella clandestinità va eliminato fin da subito.
Abbiamo letto con apprensione il rapporto del recente convegno nazionale dell’AIGA (Libera Associazione Italiana Ginecologi per Applicazione della 194) e, pur riconoscendo che nell’ambito della nostra Regione la risposta all’applicazione della legge mantiene, rispetto ad altre Regioni, livelli abbastanza accettabili per l’utenza, non possiamo non segnalare la difficoltà incontrata nel tempo dai pochi medici non obiettori nella loro pesante quotidiana routine professionale.
Mancano comunque dati precisi in relazione all’interruzione della gravidanza tramite la somministrazione della RU 486, alla c.d. “pillola del giorno dopo” per la contraccezione d’emergenza ed alla tempestività o meno degli interventi.
Nell’immediato, e lo chiediamo, è necessario istituire un numero verde a cui le donne possano rivolgersi nei casi in cui si verifichino ritardi e inadempienze nell’applicazione della legge.

Sempre con attinenza alla maternità, dal nostro punto di osservazione, abbiamo avuto svariate occasioni di misurarci con il problema della parto-anelgesia.
Al riguardo avemmo a suo tempo assai positive segnalazioni circa la tecnica adottata presso l’Ospedale di Careggi, con la quale, mediante modestissimo impiego di oppiacei ( nella specie “remifentanest”), veniva consentito alla donna che ne faceva richiesta di partecipare attivamente al parto naturale, in una pressoché “naturale” assenza di dolore.
Ciò è quanto abbiamo recepito dal contatto con le donne che ne hanno fatto esperienza. Ci consta che attualmente tale pratica è stata dismessa e che, sia a Careggi che in altri ospedali fiorentini e non in tutti, ove richiesto, è possibile fare ricorso alla sola analgesia mediante peridurale; tecnica invasiva e non scevra di rischi che, peraltro, trova limiti di impiego a seconda dei soggetti.
Anche su tale problematica, che pure sottoponiamo all’attenzione di chi ci legge, vorremmo avere informazioni circa le ragioni della dismissione della parto-analgesia con oppiacei, che tanto favore aveva incontrato in chi l’aveva sperimentata, nonché circa la possibilità di reintrodurla.

Ringraziando per l’attenzione chiediamo quindi un sollecito incontro nel quale verificare insieme le soluzioni e le iniziative praticabili.

In prospettiva chiediamo venga istituito un tavolo regionale di confronto fra i vari soggetti, istituzionali ed associativi, che si occupano dei temi segnalati.

Salutiamo cordialmente


Firenze, 16 novembre 2011 Libere Tutte

mercoledì 9 novembre 2011

Perché il 25 novembre non sia solo una ricorrenza

Libere tutte aderisce, ed invita ad aderire, all'appello lanciato da Lea Melandri e Maria Grazia Campari relativo al 25 novembre - giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne

Appello: perché il 25 novembre non sia solo una ricorrenza


Violenza di genere: dal privato alla sfera pubblica


Il problema della violenza maschile sulle donne - in particolare quella che avviene in ambito domestico (maltrattamenti, stupri, persecuzioni, omicidi, ecc.) - è stato, negli ultimi sei anni, al centro di grandi manifestazioni nazionali, oggetto di dibattiti, appelli, documenti, ricerche, iniziative cittadine, da parte delle componenti più varie dell’impegno femminile. Il fenomeno, come apprendiamo purtroppo dalle cronache quotidiane, non è diminuito, anzi, è aumentato sommandosi alla violenza omofobica contro la libertà di scelta sessuale, mentre è invece inspiegabilmente scomparso dall’agenda del movimento delle donne nel momento stesso in cui stanno per essere chiusi, per mancanza di finanziamenti, alcuni centri antiviolenza.

Senza aspettare che sia la ricorrenza del 25 novembre a ricordarcelo, è perciò necessario che il tema venga ripreso e affrontato per la gravità che riveste e l’ampiezza delle implicazioni, private e pubbliche, che vi sono connesse.

Nella speranza che il movimento nato dalle piazze del 13 febbraio non voglia attestarsi soltanto su posizioni rivendicative, cancellando il mutamento profondo che dagli anni ’70 in avanti il femminismo ha portato alla concezione tradizionale della politica, è importante perciò che, prima di definire un’agenda fatta di obiettivi, proposte specifiche, articolate su diversi piani, si faccia chiarezza sulle interpretazioni che hanno impedito finora di affrontare in tutta la sua complessità e ambiguità una violenza che sembra legata fatalmente alle vicende più intime del rapporto tra i sessi (sessualità, amore, maternità, affetti familiari):

1. la lettura in chiave di devianza o patologia individuale, e non come residuo dell’antico potere patriarcale di vita e di morte su donne, schiavi e figli;

2. l’uso in chiave sicurezza pubblica e di conflitto di civiltà, cioè contro i costumi barbarici di questo o di quello ‘straniero’;

3. l’idea che si possa arginarla con politiche di tutela familiare, senza tener conto che sono proprio i vincoli familiari a tenere ambiguamente confuse protezione e aggressività.

Un altro passaggio importante è non isolare la violenza nelle sue forme manifeste da quella che passa e si perpetua invisibile attraverso la cultura maschile dominante -istituzioni, saperi, linguaggi, habitus mentali, norme morali, mezzi di comunicazione, ecc.- , una rappresentazione del mondo che le donne stesse hanno, loro malgrado, interiorizzata e fatta propria. Rientra nella violenza simbolica o culturale anche la difficoltà a vedere il rapporto di potere tra uomo e donna per la valenza politica che ha in sé, per cui persiste la tendenza a porlo come “questione femminile”: le donne viste come un gruppo sociale omogeneo, portatore di uno “svantaggio” storico da colmare, o di un “talento” da valorizzare quanto merita. In altre parole: un sesso debole da tutelare, o una risorsa salvifica, una visione tutta interna alle “differenze di genere” così come sono arrivate fino a noi, le stesse sulla base delle quali è avvenuta la divisione tra privato e pubblico, la complementarizzazione e la subordinazione del ruolo femminile a quello maschile.

L’identificazione della donna con il corpo, la funzione sessuale e riproduttiva, e quindi la sua cancellazione come persona, è la ragione prima della sua esclusione dalla polis, ma a sua volta, è la violenza implicita in questa privazione di spazi essenziali di spazi di libertà e di potere decisionale ad avere pesanti ricadute negative sulla vita delle donne: dai gesti quotidiani di disvalore alla persecuzione violenta di quelle che tentano gesti di autonomia.

Misure efficaci

Lo svantaggio sociale femminile cristallizzato nella famiglia tradizionale è all’origine della violenza maschile che alligna nel privato e si espande nel pubblico anche grazie alla mercificazione mediatica del corpo femminile, usato come elemento eccitante di promozione vendite in senso lato.
Lo svantaggio politico percepibile in una democrazia a-partecipata e monosessuata determina il quadro e lo completa.
Ecco perché la violenza sessista, anche domestica, non può mai essere un fatto privato, ma è un’indecenza pubblica che le istituzioni non possono ignorare o mistificare attraverso la scorciatoia dell’utilizzo del diritto criminale come risposta esclusiva o preponderante.

A ben altri livelli occorre agire per sradicare questo grumo di violenza ancestrale, sedimentato nell’immaginario maschile, che va contrastato a partire dai primissimi messaggi che i bambini ricevono dalla famiglia, dalla scuola e dalla società.
Le misure suggerite dall’esperienza ben più seriamente strutturata in altri Paesi europei (vedi Legge spagnola del 2004) partono appunto da un piano di acculturamento e sensibilizzazione fin dalla prima infanzia per il cambiamento delle relazioni fra donne e uomini, in ogni contesto del vivere associato.

Si sviluppano attraverso piani scolastici multilivello e una legislazione onnicomprensiva che evidenzia l’origine sessista e discriminatoria della violenza contro le donne e la previene attivamente, contrastando esclusioni e pregiudizi.

Si concretano attraverso una vigilanza costante e un monitoraggio dei risultati, attivando interventi correttivi e provvidenze pubbliche adeguate.

Prevedono, oltre alla visibilità del problema, ritenuto di interesse generale, ruoli attivi delle istituzioni pubbliche centrali e locali, gravate delle connesse responsabilità.


Proposte iniziali

In concreto, sull’esempio di ciò che si fa in altri Paesi, pensiamo si debba promuovere un piano nazionale di sensibilizzazione e prevenzione della violenza di genere, incentrato su specifiche iniziative, tra cui qui citiamo:

· un programma di educazione/formazione sull’esercizio di diritti e obblighi uguali fra maschi e femmine nell’ambito sia privato che pubblico che si sviluppi fin dal livello scolastico elementare;

· il lancio di campagne pubbliche di sensibilizzazione contro gli stereotipi dei ruoli familiari femminili;

· la promozione di azioni positive per la eguaglianza di genere in tutti i campi del vivere associato (politico, economico, culturale), da rispettare rigorosamente (e la cui inosservanza venga sanzionata);

· il reintegro dei fondi incredibilmente sottratti ai Centri antiviolenza e alle Case delle donne, fondi che andrebbero al contrario aumentati per rafforzare le équipe che vi operano con varie professionalità a collaborazione integrata;

· l’istituzione di un Osservatorio indipendente di monitoraggio sui diritti delle donne e di vigilanza sui mezzi di informazione e pubblicità, a garanzia di un trattamento conforme ai valori costituzionali e alla dignità personale delle donne.


Riteniamo dovere principale di tutti gli schieramenti politici e dei singoli che si candidano per ruoli istituzionali in Italia e in Europa l’elaborazione e il perseguimento concreto di un piano integrato per la soluzione di questa incancrenita piaga sociale. Ma quel che ci preme di più è la presa di responsabilità da parte di tutte le donne impegnate in un ruolo istituzionale: a loro chiediamo esplicitamente di proporre, seguire e curare a ogni livello le misure necessarie a questa improrogabile svolta di civiltà.

Anche su questa base, che intendiamo verificare nelle fasi di ideazione e di realizzazione, si decideranno le nostre scelte politiche future.

Lea Melandri Maria Grazia Campari

Associazione per una Libera Università delle donne di Milano

domenica 4 settembre 2011

La Dichiarazione delle donne tunisine

Impegno e decisione delle donne tunisine

Le donne tunisine non mancano ancora una volta di inviarci un messaggio forte che parla di determinazione e di coraggio, presente e futuro, così come nel passato non hanno mai mancato di esprimere la loro volontà di emancipazione, militando con “courage et abnegation” per opporsi ad ogni sorta di ingiustizia. Ciò è quanto ci dicono nella “DICHIARAZIONE DEL 13 AGOSTO 2011” emessa nella ricorrenza del giorno della promulgazione del Codice dello Statuto Personale del 1956. L’approvazione di tale corpo di leggi rappresenta ancor oggi una tappa fondamentale per l’emancipazione delle donne tunisine che, in questo particolarissimo quanto delicato momento paventano rischi di involuzione, con un ritorno al passato che contrastano con grande impegno.

Ci sembra giusto proporre la lettura di tale Dichiarazione che, sottoscritta da ben sedici soggetti ( Associazioni, Commissioni femminili di partiti di matrice variamente progressista, ecc.), rende evidente con grande efficacia l’esistenza di una realtà variegata e pulsante nella quale le donne giocano il proprio futuro con un impegno dal quale non possiamo non trarre stimoli.

Buona lettura.

DICHIARAZIONE DEL 13 AGOSTO 2011

Tunisine per i diritti delle donne, l’uguaglianza e la cittadinanza

La rivoluzione tunisina è stata l’espressione di una lotta cittadina condotta da uomini e donne tunisine e coronata dalla caduta della dittatura.

In questo contesto postrivoluzionario, la celebrazione della promulgazione del Codice dello Statuto Personale del 13 agosto 1956 ha un particolare significato simbolico nella coscienza nazionale dell’insieme dei cittadini sotto il profilo della responsabilità di assicurare una democrazia fondata sull’uguaglianza e la giustizia sociale.

Questa rivoluzione è stata in effetti il coronamento delle continue lotte condotte contro la corruzione e la dittatura.

Generazioni di donne tunisine parteciparono con coraggio ed abnegazione a questo processo militante e si opposero indomitamente ad ogni sorta di ingiustizia, dalla lotta per l’indipendenza fino ai nostri giorni.

Basta ripercorrere la memoria femminile tunisina nella Storia del nostro paese per realizzare che le donne sono state in ogni tempo impegnate nella lotta contro l’ingiustizia e per la consacrazione della dignità umana; ben lontano da ogni forma di sfruttamento o manipolazione di cui il sistema politico di Ben Ali ha fatto uso per svilire questa nobile lotta e veicolare un’immagine negativa delle donne.

Così, ed in questa occasione tanto simbolica che segna una rottura totale con l’era della dittatura e le sue pratiche, in questo momento decisivo della Storia del nostro paese caratterizzato dalle minacce che minano le moderne conquiste delle donne tunisine e di tutta la nazione, i reazionari dichiarano nella totale impunità, nel XXI secolo, la loro volontà di instaurare il Califfato e di ritornare alla poligamia. Le diverse intimidazioni e aggressioni messe in atto da queste stesse forze oscurantiste nei confronti delle donne nei luoghi di lavoro, nei luoghi pubblici, negli ambienti culturali ed educativi, fino ai giardini d’infanzia, ne sono le dimostrazioni più significative.

Di fronte all’opprimente silenzio del governo e di certi partiti politici a proposito dei flagranti attacchi ai diritti individuali e collettivi, ai valori moderni e repubblicani

noi, donne tunisine mobilitate per i diritti delle donne, per l’uguaglianza e la cittadinanza

DICHIARIAMO :

- La nostra totale solidarietà ed unità di intenti per il mantenimento dei nostri diritti e l’instaurazione della totale uguaglianza e cittadinanza a favore delle donne;

- La nostra irreversibile determinazione a mobilitarci per difendere i diritti acquisiti con il Codice dello Statuto Personale e per farli evolvere avendo quale unico riferimento il Diritto Positivo, nel rispetto delle Convenzioni Internazionali relative ai diritti umani che comprendono necessariamente i diritti delle donne.

CHIEDIAMO :

- che vengano meno tutte le riserve del Governo Tunisino sulla Convenzione per l’eliminazione di tutte le discriminazioni nei confronti delle donne (CEDAW);

- che non si ceda ad alcun mercanteggiamento sui nostri diritti in nome della religione o di calcoli politici;

- che si difendano i diritti delle donne, in particolare, per quanto riguarda la famiglia, l’istruzione, il lavoro, la salute, diritti che esprimono il rispetto della dignità umana;

- che si difendano i principi della parità e dell’uguaglianza in seno a tutte le strutture e nei luoghi nei quali si decide, senza dimenticare i media che non cessano di marginalizzare il ruolo delle donne, che le deridono, nonostante le loro competenze le pongano in testa nei concorsi nazionali;

Noi chiediamo altresì che i partiti politici, i protagonisti e le protagoniste della società civile inseriscano quale priorità nei loro programmi la difesa dei diritti delle donne.

Noi ci riteniamo impegnate, con l’insieme delle forze moderne e progressiste del nostro paese, ad inserire i nostri diritti ed il principio di uguaglianza tra uomini e donne nella Costituzione della 2a Repubblica affinché essa sia garante del rispetto della dignità e della piena cittadinanza di tutte le tunisine.

Sottoscrizioni per ordine alfabetico

1 - Association des Femmes Tunisiennes pour la Recherche et le Développement (AFTURD)

2 - Association des Femmes Juristes

3 - Association Tunisienne des Femmes Démocratiques (ATFD)

4 - Commission Egalité

5 - Commission femmes de la Ligue Tunisienne des Droits Humains

6 - Commission femmes de l’Union Tunisienne d’ Amnistie Internationale

7 - Commission femmes de l’Union Générale dei Travailleurs Tunisiens

8 - Collectif Maghreb Egalitè 95

9 - Egalité et Paritè (association)

10 - Engagement Citoyen (association)

11 - Femmes et Dignité (association)

12 - Forum des Femmes Tunisiennes (association)

13 – Front des Femmes pour l’Egalité

14 - Images et Paroles des Femmes (association)

15 - Initiative pour une nouvelle UNFT Indépendant et Progressiste

16 - Ligue des Electrices Tunisiennes (association)

martedì 2 agosto 2011

A Siena le donne dopo il 13 febbraio _ di Luisa Petrucci

All'assemblea di “SE NON ORA QUANDO?” - Siena 9 e 10 luglio - hanno partecipato oltre 2000 donne.
Nata come una riunione fra i Comitati locali di "Se non ora quando?" (attualmente più di 200 diffusi in tutto il Paese), l'iniziativa si è trasformata a poco a poco in una grande assemblea, in cui sono confluite le rappresentanti dei Comitati, ma anche le esponenti di numerose associazioni, pure quelle che, come l'UDI, non avevano aderito alla manifestazione del 13 febbraio, e numerose donne singole.
Dagli interventi che si sono susseguiti durante le due giornate, tutti rigidamente di 3 minuti (fossero di parlamentari, giornaliste, o donne impegnate in piccole realtà di base) è emersa:
- una notevole ricchezza e varietà di esperienze,
- una grande voglia di incidere sulla politica e sulle istituzioni,
- la volontà di mettere in rapporto le donne impegnate da molto tempo nei movimenti e quelle di più recente impegno (presenti all'incontro molte cinquantenni e quarantenni, un po' meno le giovani e giovanissime).
Si parte dalla convinzione comune che la manifestazione del 13 febbraio ha dato una scossa al Paese - lo dimostrano i risultati delle elezioni amministrative e dei referendum - e dal riconoscimento che tutto questo è stato possibile grazie al lavoro politico capillare e costante delle donne nelle associazioni, nei partiti, nei sindacati portato avanti negli anni.
Si potrebbe sintetizzare tutto questo con il nome di un'associazione intervenuta il primo giorno: “Zitte mai”.
Del movimento, ovviamente, non fanno parte i partiti, ma le donne impegnate nei partiti sì: anzi, viene proposto di chiedere loro di aprire una vertenza all'interno delle rispettive formazioni politiche.
I temi al centro del dibattito sono stati essenzialmente quattro, collegati strettamente tra loro:
 il lavoro, e quindi la disoccupazione ed il precariato che colpiscono le donne in misura maggiore degli uomini (solo il 45% delle donne ha un lavoro retribuito - è la percentuale più bassa d'Europa -; le donne occupano solo il 7% dei livelli dirigenziali e, a parità di lavoro, guadagnano in media il 20% in meno degli uomini, anche nel lavoro precario; inoltre, venendo meno un sistema di welfare, il carico di lavoro di cura si riversa tutto sulle loro spalle);
 la maternità, affrontata essenzialmente come diritto negato (ogni anno 800.000 donne perdono il lavoro perché diventano madri; un grosso limite è che non si è parlato dell'autodeterminazione, delle difficoltà che devono affrontare soprattutto le ragazze e le immigrate, giovani e meno giovani, quando hanno bisogno di abortire, e della profonda solitudine in cui si vengono a trovare);
 la mercificazione del corpo delle donne ed il nesso tra sesso politica e potere;
 la rappresentanza delle donne nella politica
Pina Nuzzo, dell'UDI, ha chiesto espressamente alle parlamentari che si impegnino perché venga discussa in Parlamento la proposta di legge di iniziativa popolare “Norme di democrazia paritaria nelle assemblee elettive”, su cui sono state raccolte nel 2007 ben 120.000 firme (e che rientrava nella campagna “50 & 50 ovunque si decida”!.
Riporto gli obiettivi concreti emersi da molti interventi, anche da quelli, in fase conclusiva di Di Salvo e Sapegno:
1. l'istituzione di un assegno di maternità per tutte le donne, occupate e disoccupate;
2. il porre fine al ricatto della lettera da firmare al momento dell'assunzione (le dimissioni in bianco);
3. la rivendicazione del congedo di paternità obbligatorio (importante come segnale che i figli non sono solo delle madri e come risposta ad un desiderio che sta emergendo in molti giovani padri);
4. il deciso contrasto all'innalzamento dell'età pensionabile per le donne a 65 anni,
5. la lotta contro l'attuale manovra del Governo (la più misogina che ci sia mai stata, a detta della Camusso), che comporta un ulteriore abbattimento dei servizi sociali,
6. l'introduzione dello strumento del bilancio di genere nella pubbliche amministrazioni.
7. l'obiettivo del 50 e 50, cioè la presenza delle donne al 50% ovunque si decide, non aumentando il numero dei posti (con dei posti aggiuntivi fatti apposta per le donne, ma con le donne al posto degli uomini).
Il carattere dell'assemblea è stato di grande apertura, ma non sono stati fatti sconti a nessuno: le rappresentanti politiche hanno avuto qualche fischio un po' tutte (anche Rosy Bindi quando ha detto “chiederò al mio partito di venire qui”). L'atteggiamento nei confronti della politica istituzionale si potrebbe sintetizzare con le parole di una neoeletta al consiglio di Napoli, che si è avvicinata da poco alla politica e che chiede alle politiche "professionali" "di stare accanto a noi e di non camminare sopra di noi".
La proposta scaturita da Siena è “un patto fra donne” che sul piano organizzativo prevede la costruzione di una rete nazionale, stabile, autonoma, inclusiva, con nodi territoriali, aperta a tutte coloro che decidono di starci (comitati, associazioni, donne singole), in cui si realizzi una piena circolarità delle informazioni e un continuo rapporto intergenerazionale (e dove ci si riconosca reciprocamente autorevolezza).
Anche se la valutazione complessiva resta positiva, più che altro per il processo che è stato messo in moto, occorre rilevare come la volontà unitaria alla base di "Se non ora quando?" possa essere declinata in modi diversi: perseguendo l'unità tutti i costi e quindi mettendo da parte alcuni temi su cui ci possono essere contrasti (vedi i consultori e la legge sull'interruzione volontaria di gravidanza), oppure sviluppando una ricerca unitaria, che si basa sul confronto, anche conflittuale, sulle questioni su cui vi sono divergenze.
In proposito Lidia Menapace, nel suo intervento, ha rilevato proprio come la Costituzione, nata dalla Resistenza, tracci le linee, ed i limiti, della ricerca unitaria e della trasversalità.
Penso che il compito che abbiamo di fronte si possa assolvere solo trovando il modo di lavorare insieme (donne impegnate nel comitato SNOQ, nelle associazioni, nei partiti, nei sindacati, donne che si avvicinano per la prima volta all'impegno politico, come è accaduto a Siena), per costruire una "narrazione collettiva" che non cancelli quello che c'è stato prima e crei una continuità tra passato e presente. Continuità tra passato e presente vuol dire continuità dei contenuti e degli obiettivi. Molte donne si sono battute in passato per affermare l'autodeterminazione e la libertà di decidere sul proprio corpo, per conquistare diritti che, nei fatti, oggi vengono sempre più messi in discussione (vedi i continui attacchi alla legge 194 ed ai consultori, la legge 40, la mancanza di laicità da parte dello Stato, che si sottomette sempre di più ai voleri del Vaticano, ecc.).
Un'azione comune può nascere solo dal confronto e da un ascolto reciproco, senza ignorare le questioni su cui ci sono posizioni diverse. Ad esempio, la maternità va sì tutelata come diritto, spesso negato nel mondo del lavoro, ma deve essere considerata anche come il frutto di una libera scelta - e non di un destino a cui tutte le donne sono sottoposte -.
Si tratta, quindi, di un percorso arduo, ma, secondo me, vale comunque la pena di impegnarci per vincere questa difficile scommessa.

Luisa Petrucci

Siena 9-10 luglio: e' già politica? di Anna Picciolini

Tante, quante? Duemila e forse di più, comunque certamente più delle previsioni. In realtà le previsioni sono cresciute via via, costringendo a cambiare due volte la sede dell’incontro. Da un museo ex ospedale (Santa Maria della scala) a una piazza storica (quella del duomo) a una piazza –prato su cui si affaccia un vecchio edificio scolastico in cotto, come tanti edifici di Siena. Chi ha lavorato all’organizzazione di quest’incontro si merita tutta la gratitudine che è stata espressa negli interventi. Chi l’ha promosso può essere soddisfatta. Chi ci ha partecipato, anche chi ne ha seguito la genesi con qualche perplessità e lo dichiara, ne esce rafforzata.

Arrivo, mentre mi oriento per l’accredito e altre sciocchezze, incontro volti noti. Non solo compagne, anche amiche “normali”, quelle che vanno alle manifestazioni, ma solo a quelle grandi, quelle che c’erano il 13 febbraio. Come allora, mi dicono “finalmente, si ricomincia!” e io penso e non dico “ma tu dov’eri in questi anni, perché solo ora?”

Giornalisti e giornaliste presenti intervistano Rosi Bindi, Livia Turco arriva e suscita applausi.

Incontro alcune, poche, di quelle che hanno “tenuto” in tutti questi anni: le compagne di Roma e di altre città conosciute in decenni di femminismo. Non ci sono le cosidette “storiche”, con l’eccezione di Raffaella Lamberti, che mi racconta di essere stata fra le promotrici del comitato SNOQ di Bologna, esempio raro per quello che ne so. Altre da questo percorso hanno preso le distanze, anche con durezza. Lea Melandri ha affidato alla carta una riflessione che mi sembra incoraggiante.

L’età media però è alta. Non ci sono le molto giovani (e giustamente le trentenni rifiutano di giocare quel ruolo e si dichiarano adulte). Ma prima di dare a questa assenza un significato politico, penso alla collocazione marginale di Siena nei percorsi ferroviari e autostradali, alla data, al costo della trasferta, nonostante l’attivazione di una ospitalità militante insolita, credo, in una città come questa.

Si parte con la proiezione del video del 13 febbraio, e mi colpisce la varietà dei modi di partecipazione della platea: chi batte le mani al ritmo della colonna sonora, chi risponde “ADESSO” alla domanda che dal palco di piazza del Popolo in inverno arriva qui al prato di S. Agostino in estate, chi fa il grido delle manifestazioni degli anni ’70.

Comincia così una due giorni di dibattito serrato, per ore, con 55 interventi rigorosamente di tre minuti, 30 di comitati SNOQ nati in questi mesi, 10 di associazioni, 15 di donne singole. Altri 30 interventi sono stati affidati al cosiddetto punto G, dove era possibile registrarsi con la webcam o lasciare contributi scritti.

Credo che mi sia capitata raramente una situazione in cui sia stata così evidente la distanza fra la partenza e le conclusioni. Le relazioni introduttive avevano in comune l’atteggiamento di annunciare una novità, una nascita, come se non ci fosse stato prima nulla o quasi, come se fra il femminismo degli anni ’70 e l’oggi ci fosse stato il vuoto.

Questo limite era già presente negli appelli con cui era stato convocato il 13 febbraio e l’8 marzo, e, prima ancora, nel documento che aveva dato vita all’associazione DiNuovo.

Nelle relazioni conclusive, quella che ha dato conto della ricchezza delle proposte di contenuto e quella che ha avanzato una proposta organizzativa, compare invece l’affermazione, presente in molti interventi, che il movimento di donne che qui si è ritrovato si basa sul riconoscimento reciproco fra le donne che non hanno mai taciuto e quelle che adesso hanno preso parola.

Movimento di donne. Non a caso uso questo termine, invece di movimento delle donne. Il richiamo all’unità delle donne italiane mi è sembrato sincero, ma poco convincente. Anche perché si è spesso detto che l’aggregazione dovrebbe nascere sui “temi”, che non vuol dire molto. Altre invece hanno affermato che l’unità si costruisce su obiettivi e strategie, che è cosa diversa, e più complessa, forse impossibile, forse nemmeno auspicabile.

Un esempio. Fra i temi ricorrenti la maternità, affermata come diritto. La mia generazione ha combattuto la maternità come destino. Ma fra la maternità come destino e quella come diritto, mi sembra scomparsa la maternità come scelta, scelta di essere o non essere madre, quella che con una parola abbiamo chiamato autodeterminazione. Siamo sicure che sia possibile un’alleanza trasversale in difesa delle legge 194 (mai nominata)? C’è chi ha nominato l’attacco ai consultori, dove leggi regionali (Lazio e Piemonte) cercano di introdurre i volontari del movimento della vita. Una ha nominato anche la RU486, ma nelle conclusioni la maternità di cui si parla è rimasta quella resa difficile dal lavoro, causa di licenziamento illegittimo, lasciata tutta sulle spalle delle donne, non riconosciuta come diritto, appunto.

Assente dal linguaggio, per lo più, la parola conflitto. Ma il conflitto fra donne e uomini, e quello, non meno importante, fra donne, ci sono, e non si superano con la rimozione, ma vanno gestiti in modo non distruttivo.

Anche il rapporto con la politica sembra oscillare fra una sorta di approccio sindacale, (presentazione di richieste alla politica, imposizione di un’agenda politica delle donne) e l’affermazione che questo incontro “è già politica” e che bisogna avere il coraggio di dire che per avere più donne nei luoghi decisionali bisogna scacciare degli uomini. Larga la condivisione della proposta del 50 e 50, che qualche anno fa sembrò una campagna solitaria dell’Udi.

Interessante la proposta organizzativa: una rete i cui nodi sono i comitati locali, ma con la quale possono costruire relazioni anche associazioni, che condividono obiettivi e strategie. Il comitato nazionale SNOQ sta in questa rete come un nodo funzionale.

Non è la prima volta che dopo una manifestazione ben riuscita si cerca di mantenere un collegamento nazionale perché l’energia manifestata non si disperda. Di solito non si è andati oltre un certo numero di incontri, con una partecipazione via via più ridotta.

Che cosa ci può essere di nuovo questa volta? Non basta dire che di questo c’è bisogno: l’esistenza di una domanda non garantisce l’esistenza di una risposta. Forse uno degli elementi di forza è la compresenza delle diversità, generazionali in primo luogo. Se queste diversità sapranno trovare un linguaggio comune, se la struttura organizzativa saprà sperimentare forme di partecipazione e processi decisionali inclusivi, se ci sarà il massimo di scambio circolare e di riconoscimento reciproco di competenze e di autorevolezza, la scommessa lanciata a Siena avrà qualche probabilità di essere vinta.

Anna Picciolini